Arthur Tress

Arthur Tress – Broken Statuette, Cold-Spring, New York, 1982- From Fantastic Voyage – © Copyright Arthur Tress

Arthur Tress

Viraggio Combinato Polisolfuro – Selenio

Abbiamo già affrontato nei precedenti articoli molti degli aspetti legati al viraggio delle stampe fotografiche in bianco e nero. Il reale concetto di viraggio risiede nella modificazione chimica dell’argento che costituisce l’immagine. L’operazione di intonazione è un processo che non solo modifica il colore della stampa, ma apporta notevoli benefici nelle caratteristiche di conservazione. Questo grazie alla sostituzione/rivestimento dell’argento metallico con un composto più stabile.
Esistono tre tipi di “toner” che assolvono perfettamente la funzione conservativa e sono quelli al Selenio, all’Oro, o per solfurazione.
La mia preferenza si è sempre orientata verso il viraggio al selenio, soprattutto per la sottile varietà di toni che è in grado di produrre: dal blu-freddo se abbinato alle carte fotografiche al bromuro fino alle tonalità più calde con le carte al clorobromuro.
Raramente ho preso in considerazione i viraggi per solfurazione, poiché il loro colore pronunciatamene “bruno-seppia” raramente si è abbinato con successo alle mie fotografie. Malgrado questo, la letteratura tecnica ci insegna, che per ottenere il massimo dell’effetto protettivo da un viraggio, è necessario affidarsi proprio a quest’ultima categoria di toners.

I viraggi per solfurazione:
Una delle cause principali del deterioramento dell’immagine fotografica è da individuarsi nella presenza di alcune sostanze inquinanti nell’aria, responsabili di indurre ad una progressiva trasformazione dell’argento metallico in solfuro d’argento.
Provocando artificialmente questa trasformazione (per mezzo di un viraggio per solfurazione), l’immagine non potrà manifestare nuovi deterioramenti nel tempo in quanto già a priori modificata.
I viraggi per solfurazione possono agire secondo due distinti principi:
1. Tramite uno sbianchimento dell’immagine in una soluzione di Ferricianuro e Bromuro di Potassio, ed un successivo risviluppo in un altro bagno costituito da Solfuro di Sodio o Tiourea (quest’ultima vantaggiosa perchè inodore).
2. Attraverso un’intonazione graduale diretta, a temperatura ambiente, ottenuta per solfurazione in un bagno composto da un polisolfuro (Solfuro di Potassio) combinato a Carbonato di Sodio.
Molta letteratura tecnica specifica, consiglia, al fine di ottenere la massima protezione sulla stampa, di usare una miscela di due toners: uno al polisolfuro, l’altro al selenio La piena efficacia protettiva è assicurata dall’azione simultanea dei due: il viraggio al selenio forma uno strato protettivo di selenite d’argento, quello al polisolfuro converte l’immagine in solfuro d’argento.

Formule commerciali:
In passato sia Agfa che Kodak proponevano un bagno di viraggio basato su questo principio chimico: ne erano un esempio l’Agfa Viradon Brown Toner e il Kodak Polytoner.
Il Polytoner non è oggi più disponibile, poiché Kodak ne ha cessato la produzione; Agfa invece ha trasformato il Viradon attuale in un viraggio al polisolfuro semplice, senza più l’aggiunta di una componente al selenio. Il prodotto è commercializzato nella forma di liquido concentrato da diluirsi con acqua nella proporzione di 1+50, ma si possono usare diluizione superiori con il vantaggio di valutarne meglio il risultato progressivo. L’odore della soluzione è quello sgradevole, tipico dei viraggi per solfurazione.
Come poter quindi cercare di ottenere un effetto equivalente nonostante l’attuale assenza di prodotti chimici commerciali di questa categoria? Semplicemente ricorrendo ad una miscelazione combinata di un viraggio al polisolfuro (es. l’attuale Agfa Viradon) con un toner al Selenio (es. Kodak Rapid Selenium Toner).
Formula combinata Polisolfuro/Selenio:
La formula che conosco, e di cui non ricordo con esattezza la fonte, è la seguente:

Acqua 500ml
Carbonato di Sodio Anidro 160gr
Agfa Viradon diluito 1+50 320ml
Kodak Rapid Selenium Toner concentrato 80ml.
Acqua fino 1000ml

La diluizione di lavoro consigliata varia da 1+1 fino a 1+3. L’odore tipico della soluzione è quello delle uova marce misto ad una leggera esalazione ammoniacale; è quindi utile ricordarsi di lavorare in un ambiente ben areato. Non credo che la soluzione di lavoro possa essere conservata perché manifesta un rapido deterioramento.

Sottobosco, nei pressi di Colognora di Pescaglia, Gennaio 2004 – © Marco Barsanti

Procedura di utilizzo
1. Preparazione al trattamento:

Inutile dire che le stampe di tipo baritato devono essere state accuratamente lavate prima del viraggio. Qualsiasi residuo d’iposolfito all’interno della fibra provocherà delle macchie evidenti sull’immagine finale. Dovremo fare anche molta attenzione a non usare bagni di fissaggio troppo sfruttati perché potrebbero contribuire all’insorgere di chiazze di diversa colorazione.
Del resto, sarebbe perfettamente inutile programmare un tipo di viraggio di questa categoria, senza esserci attenuti ad un metodo di fissaggio-lavaggio da archivio.
Un metodo sicuramente valido è quello classificato come procedura abbreviata Ilford che con soli 20 min di lavaggio produce una stampa pronta per essere virata (Vedi articolo “Laboratorio” su Gente di Fotografia n.33).
Potrebbe essere comodo accumulare più copie essiccate per sottoporle a viraggio in un secondo tempo.

2. Il bagno di Viraggio
Prima di passare al viraggio, ci sono un paio d’accorgimenti che possono tornare utili nella valutazione del risultato:
– Usare una stampa bagnata e non ancora intonata, identica a quelle da virare, come riferimento durante il trattamento;
– Tagliare un’altra stampa identica in tre o quattro strisce. Ogni “strip” potrà essere virata con tempi diversi per valutare meglio l’entità progressiva della colorazione.
Preferisco usare la formula indicata nella proporzione di 1+1, miscelando il concentrato con acqua demineralizzata. Ho anche sperimentato la diluizione 1+3 (una parte di toner conc. con tre di acqua), ma i tempi di trattamento si allungano considerevolmente.
Accanto alla bacinella del viraggio si prepara un’altra soluzione che avrà la funzione di bagno di stop, e d’aiuto lavaggio. Può andare benissimo il Kodak Hypo Clearing Agent (HCA) alla diluizione di lavoro. Questo bagno (a base di solfito di sodio), applicato dopo un breve risciacquo, bloccherà l’effetto di viraggio prodotto dal polisolfuro.
I tempi di viraggio possono variare, per la diluizione 1+1, dagli 8 min. fino ai 12 min. (24°), ma questo dipende principalmente dal tipo di carta. Naturalmente, a tempi più lunghi di viraggio, corrisponderanno tonalità cromatiche più cariche.

3. Operazioni successive al viraggio:
Dopo il viraggio e lo stop in HCA, un’immersione della stampa per circa due minuti in un bagno indurente, impedirà l’opacizzazione dopo l’asciugatura. Se necessario, anche un delicato passaggio di una spugnetta morbida sulla superficie del foglio, può contribuire ad asportare eventuali sedimenti sulla gelatina.
L’operazione finale, vale a dire il lavaggio, dovrà protrarsi per circa 30-45 min. Per risparmiare sul consumo d’acqua, la tecnica delle due bacinelle descritta in un precedente articolo (“Laboratorio”, Gente di Fotografia n.36), sarà più che idonea.

Risultati cromatici e tonali
Con i viraggi classici per solfurazione (sbianca-solfurazione e al polisolfuro), dopo il trattamento, i toni della fotografia risentono frequentemente di una perdita di profondità dei valori bassi e di un effetto di “sbianchimento” dei valori alti più sottili.
A causa di questo la scala tonale della stampa deve essere sempre adattata all’intervento di viraggio. Si cerca in genere di produrre un’immagine più contrastata e più carica sull’intera scala tonale (più scura), in modo da compensare le variazioni tonali dovute al viraggio.
La formula descritta in quest’articolo non presenta problemi così evidenti; durante la stampa sarà necessario comportarsi come se questa fosse destinata al viraggio al selenio (Laboratorio, Gente di Fotografia n°34).
Prima di tutto, sarà consigliabile porre attenzione all’effetto denominato “dry down”, tipico delle carte baritate. A causa di questo fenomeno, il giudizio dei valori alti a stampa bagnata non è affidabile. Una stampa bagnata appare molto più brillante di quanto lo sia una volta essiccata, soprattutto nelle luci. Per ovviare all’inconveniente dovremo valutare la distribuzione dei toni sempre a stampa essiccata, asciugando forzatamente le provinature e le stampe di lavoro.
Nell’uso di questo viraggio combinato solo i valori profondi aumenteranno, con un rischio di perdita di dettaglio sottile nelle ombre profonde. Sarà sufficiente tenere la fotografia meno contrastata, mantenendo le ombre moderatamente più leggere. Penso che l’uso delle carte a contrasto variabile, abbinate ad un sistema di filtratura continuo, sia insostituibile per mettere in pratica questi sottili aggiustamenti.

Da questa formula si possono ottenere tonalità cromatiche calde molto piacevoli; le colorazioni ottenibili appaiono certamente più moderate rispetto ai colori seppia o bruno intenso dei viraggi per solfurazione e l’effetto graduale d’intonazione può essere controllato ed interrotto a proprio giudizio.

L’abbinamento con le carte fotografiche
Le tonalità ottenibili da questo tipo di viraggio dipendono naturalmente anche dal tipo di carta e dai rivelatori impiegati. Per ottenere degli autentici toni caldi, consiglio l’uso d’emulsioni sensibili al Clorobromuro sviluppate in un rivelatore a tono caldo.
Personalmente gradisco il risultato ottenibile con la carta Agfa Multicontrast Classic FB: la Multicontrast Classic è una carta al clorobromuro, a contrasto variabile. I suoi toni variano a seconda del rivelatore impiegato con un risultato che spazia dalle tonalità neutre a quelle leggermente più calde. Anche il bianco della base, meno abbagliante, viene ad accordarsi con i toni dell’immagine.
Una volta virata in Polisolfuro-Selenio la Multicontrast Classic acquista una tonalità bruno-porpora visibile, ma molto delicata.
Ho provato il viraggio anche con carte al clorobromuro di altri fabbricanti, ottenendo tonalità più pronunciate, ma in ogni modo controllabili attraverso la durata del trattamento.
Il fenomeno di “split toning” che il viraggio al selenio produce sulle carte a contrasto variabile, non avviene con il toner polisolfuro-selenio combinati. Questo effetto, non a caso detto “spezzato”, induce ad un cambio di colorazione dell’immagine solo sui valori medi e profondi (per maggiori dettagli vedi Gente di Fotografia n°35). Nel caso attuale il viraggio avviene progressivamente sul complessivo dei toni.
Tutte le indicazioni fornite fino a adesso possono considerarsi valide anche per le carte politenate RC, con il vantaggio che con queste ultime si possono abbreviare drasticamente tutte le operazioni di lavaggio.

Ile du Grand Gaou, Six Fours les Plages, Ile de Embiez, France, Maggio 2004 – © Marco Barsanti

Conclusioni
Sappiamo adesso come poter raggiungere un alto grado di permanenza dell’immagine fotografica. Tale prerogativa non sempre costituisce una reale necessità pratica, ma l’interesse per un viraggio combinato polisolfuro-selenio si esprime principalmente per il suo specifico risultato cromatico.
Nel prossimo articolo prenderemo in esame altre possibilità d’intervento cromatico sulle stampe in bianco e nero.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 38, dell’autunno-inverno 2004 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Claude Cahun

Claude Cahun, Autoportrait, vers 1917 © Copyright of their respective owners, assignees or others

Claude Cahun

Etienne-Jules Marey

chronophotographs from the late 1800s (pre cinema) by étienne-jules marey

Via Swinglargo

Etienne-Jules Marey

Romualdas Rakauskas

Romualdas Rakauskas, From the Flowers series, 1970 – © Romualdas Rakauskas

Romualdas Rakauskas

Ray Metzker

Ray Metzker, Colorado from Earthly Delight, 1986 – © Ray Metzker

Ray Metzker

Erwin Blumenfeld

Erwin Blumenfeld, Paris, c.1937 – Copyright the estate of Erwin Blumenfeld

Erwin Blumenfeld

Sanne Sannes

Sanne Sannes, titolo sconosciuto, 1959-64 – All copyright the estate of Sanne Sannes

Sanne Sannes

Il Lavaggio nella Stampa Fine Art – seconda parte

Alcuni anni fa ho acquistato una vasca a scomparti verticali per il lavaggio delle mie fotografie in bianco e nero. Avevo la certezza, che attraverso il suo utilizzo, avrei finalmente evitato il lungo e tedioso lavaggio manuale in bacinella.
Le mie attese purtroppo si rivelarono solo in parte soddisfatte; ben presto capii che per inesperienza avevo commesso alcuni errori di valutazione sul criterio di scelta del modello specifico.
Non solo la vasca che avevo acquistato era sovradimensionata per la mia abituale produzione di stampe su carta baritata, ma anche il suo sistema di circolazione dell’acqua non presentava un’efficienza ottimale. A poco a poco mi resi anche conto, che per rendere veramente efficace il lavaggio, avrei dovuto apportare delle modifiche alla vasca.
L’intento di questo articolo, oltre a discutere gli ultimi accorgimenti utili nella tecnica del lavaggio, è di suggerire alcuni consigli sul criterio di scelta di questo accessorio.

In quali casi è effettivamente conveniente l’impiego di una lavatrice verticale:
Una lavatrice professionale è costituita da una vasca in acrilico trasparente, da riempire completamente di acqua. Una suddivisione interna a scomparti serve ad accogliere e mantenere le stampe separate, mentre il flusso continuo di acqua provvede al lavaggio. Ogni lavatrice, infatti, é dotata di un raccordo di alimentazione collegabile ad un rubinetto e l’acqua in eccesso viene scaricata da un sistema di troppo pieno. Naturalmente gli schemi di circolazione idraulica sono diversi da produttore a produttore e la loro efficienza è il risultato della validità del progetto.
Le dimensioni vanno ad uniformarsi ai formati standard delle carte e il numero degli scomparti è variabile a seconda del modello.

Prima dell’acquisto è da valutare bene quale sia la produzione media di stampe per ogni sessione di lavoro, e quali i formati abituali di stampa. Per la produzione di un numero ridotto di copie sarà sempre preferibile il lavaggio in bacinella (vedi procedura descritta nel precedente articolo). Con un po’ di pazienza, lavando poche fotografie alla volta, si possono risparmiare notevoli quantitativi d’acqua con un’efficienza sicuramente superiore.
Basti pensare che una lavatrice per stampe formato 30×40 cm. e provvista di 10-15 scomparti, contiene in media 50 litri d’acqua con uno scarico di 4/5 litri il minuto. E’ evidente che il suo uso non si dimostra conveniente a meno che non si contino di impegnare tutti gli scomparti per ogni ciclo di lavaggio.
Il mercato delle “Archival Washers” ha avuto successo soprattutto negli Stati Uniti dove per molti fotografi professionisti è normale la produzione di molte stampe uguali destinate alle gallerie d’arte.
La concorrenza tra i produttori ha fatto sì che i prezzi siano piuttosto elevati, dunque per chi ama il “bricolage” potrebbe essere una buona scelta la costruzione in proprio, magari dimensionando la vasca per la necessità personale. Lo spunto per la realizzazione del meccanismo di circolo dell’acqua potrebbe essere preso da una lavatrice già usata da un collega.

La funzione di una lavatrice verticale:
Una lavatrice di qualità permette il lavaggio di molte stampe in un bagno d’acqua costantemente rigenerato il cui movimento accarezzi la superficie dei fogli. Con questo meccanismo si favorisce il rilascio dalla fibra del residuo chimico, evitando al fotografo l’impegno nel dover ricambiare manualmente l’acqua a brevi intervalli. Anche il rischio di danneggiare le stampe durante l’agitazione e gli spostamenti da una bacinella all’altra viene radicalmente ridotto.
Sono due i requisiti essenziali che caratterizzano una lavatrice d’archivio:
1. La dotazione di uno scomparto per ogni stampa, in maniera che tutte le fotografie restino separate. Gli scomparti devono essere indipendenti per impedire che, inserendo in seguito altre fotografie, si contaminino di fissaggio le altre già avviate al lavaggio;
2. Un percorso di circolazione dell’acqua ben progettato, in modo che tutta la superficie di ogni singola stampa riceva lo stesso standard di lavaggio.
Altri requisiti altrettanto importanti sono:
La compattezza della vasca ed il dimensionamento adeguato della larghezza degli scomparti;
Lo svuotamento veloce dell’acqua durante ed alla fine della sessione;
Divisori removibili per facilitare la pulizia interna.

Al tramonto, parco naturale di S. Rossore, ottobre 2000 – © Marco Barsanti

Come sfruttarne a pieno l’efficienza:
Poco fa abbiamo parlato dell’importanza di un percorso idraulico ben progettato. L’acqua iniettata tramite un raccordo di gomma tra vasca e rubinetto, dovrebbe, spinta dalla pressione, circolare all’interno e asportare i residui chimici scaricandoli progressivamente. Alcuni test di laboratorio dimostrano che un numero ridotto di cambi d’acqua in un sistema chiuso e ben agitato (meccanicamente o per circolazione forzata), assicura buoni risultati. Purtroppo non tutte le lavatrici da archivio permettono un ricambio, dove, ad ogni quantità di acqua fresca immessa, corrisponda uno scarico di quella contenente residuo di fissaggio.
L’agitazione è provocata dalla spinta dell’acqua proveniente dal rubinetto di alimentazione, per questo sarà necessario conoscere quale pressione e quantità d’acqua dovremo immettere per generare sufficiente turbolenza. Una lavatrice in cui non avviene nessun tipo di movimento ondulatorio dei fogli è da scartarsi a priori.
La carta, una volta immersa nell’acqua che riempie uno scomparto, assume la tendenza all’aderire ad un lato od all’altro del medesimo. Nella maggioranza dei casi, per il tipo di curvatura naturale, è il lato emulsionato ad incollarsi ad una parete. Per questo è preferibile che i divisori presentino una superficie corrugata che aiuti a ridurre questo fenomeno.
I divisori non dovrebbero essere disposti troppo ravvicinati l’uno dall’altro: questo accorgimento riduce la tendenza del foglio all’adesione. Di contro, scomparti troppo distanziati, aumentano eccessivamente il volume dell’acqua rallentando il ricambio.
Un metodo per testare approssimativamente il ricambio d’acqua è quello di far cadere alcune gocce di colorante (es. inchiostro di china) in ciascuno scomparto. Una lavatrice ben progettata dovrebbe eliminare in maniera progressiva e rapida il colorante introdotto. I test condotti sulla maggior parte delle “Archival Washers” presenti sul mercato hanno dimostrato una tendenza a conservare a lungo una certa quantità residua di acqua colorata.
Testando per la prima volta la mia lavatrice osservai che, anche dopo trenta minuti di flusso continuo di acqua (4 litri per minuto), il colorante non aveva completamente abbandonato la vasca! Ovviamente un risultato del genere suscita molti dubbi sulla validità di funzionamento di questi costosi accessori.
Documentandomi ulteriormente ho appreso che, anche una lavatrice verticale, necessita di veri e propri cambi forzati di acqua. L’unico metodo possibile per raggiungere più cicli completi è quello di svuotarla manualmente e riempirla di nuovo d’acqua più volte.
Ecco sfumata l’illusione di poter liberamente fare una passeggiata all’aria aperta mentre le nostre fotografie sono sottoposte a lavaggio…..

Accorgimenti per favorire il lavaggio:
Abbiamo già discusso dei vantaggi apportati dall’impiego di un aiuto lavaggio chimico e dell’importanza del controllo della temperatura dell’acqua (vedi precedente articolo “Laboratorio”).
Assolutamente da evitare è il trasferimento diretto delle stampe dal bagno di fissaggio alla lavatrice. In questo modo provocheremo un’inutile, ulteriore, concentrazione di iposolfito da eliminare. Un breve pre-lavaggio costituito da un paio di ricambi d’acqua in una bacinella è un’ottima abitudine.
Attenzione anche ai fissaggi induritori dei quali l’uso in condizioni standard è certamente sconsigliato. L’impiego di un agente indurente favorisce l’intrappolamento del tiosolfato residuo dietro lo strato di emulsione compattato.
Una buona regola da adottare, nel caso che l’uso dell’induritore sia inevitabile (come in alcuni procedimenti di viraggio), è quello di raddoppiare il tempo di lavaggio.

Lavaggio di più stampe precedentemente fissate ed essiccate:
Un ottimo metodo per sfruttare a pieno la capacità di una lavatrice verticale è quello di sottoporre a lavaggio parecchie stampe provenienti da differenti sessioni di lavoro. Queste fotografie saranno già state sottoposte a fissaggio e lavaggio con la tecnica abbreviata Ilford ed essiccate (per i dettagli vedi Gente di Fotografia n°33).
Se non si desidera un viraggio conservativo può essere sufficiente fermarsi a questo punto. Per l’applicazione di un viraggio qualsiasi, al selenio, all’oro o per solfurazione, è necessario il lavaggio prolungato.
Ci si attiene dunque a questo metodo:
1. Appena raggiunto un numero sufficiente di stampe da occupare ogni scomparto della lavatrice si procede alla loro nuova bagnatura. Sono sufficienti dieci minuti di immersione in una bacinella d’acqua.
2. Si fissano nuovamente la stampe per trenta secondi; si passa poi al viraggio seguito da un qualsiasi bagno chiarificatore di iposolfito.
3. Dopo aver sottoposto le stampe ad un breve risciacquo (per asportare l’eccesso di chimica dalla superficie) si passa al loro completo lavaggio nella lavatrice a scomparti.

Valutazioni di scelta conclusive:
Vorrei aggiungere alcune osservazioni da considerare al momento che si valuti la necessità di acquistare una lavatrice:
da evitare, a meno che non si disponga già di un modello dedicato ai formati inferiori, di vasche molto grandi (es. 40×50). La loro efficienza di lavaggio è generalmente inferiore e necessitano di grossi quantitativi di acqua per il riempimento;
a meno che non si preveda una notevole produzione di stampe per sessione è meglio orientarsi sui modelli dotati di un numero ridotto di scomparti;
per un modello dedicato al formato 30×40 una buona misura di separazione fra i divisori varia da 1cm. a 1,5 cm. L’inserimento delle stampe non sarà difficoltoso e la circolazione dell’acqua avrà la massima efficienza;
Verificare attentamente il tempo di svuotamento e di riempimento, parametri fondamentali per ottenere un effettivo ricambio d’acqua. Più brevi sono questi intervalli e meglio è.
Personalmente ho dotato la mia Archival Washer di un ulteriore scarico che mi permette di svuotare la vasca in meno di due minuti.

La lavatrice d’archivio ideale:
A questo punto, giocando di fantasia potremmo idealizzare che:
Una lavatrice disegnata e costruita per raggiungere la massima efficienza dovrebbe riempirsi rapidamente usando acqua immessa con notevole pressione. Una volta riempita, l’iniezione dovrebbe interrompersi automaticamente e un sistema idraulico dovrebbe muovere dolcemente l’acqua intorno alle stampe per un certo periodo di tempo. Poi, sempre automaticamente, la vasca dovrebbe svuotarsi per poi riempirsi di nuovo, per tutte le volte necessarie al lavaggio completo.
Un’altra idea potrebbe essere quella di dotare una lavatrice di un sistema in grado di invertire alternativamente il flusso dell’acqua; dall’entrata verso l’uscita e viceversa.
Naturalmente non esiste in commercio niente di simile e per soddisfare questi requisiti dovremo aiutarci con un pizzico d’ingegno e alcune operazioni manuali.

Questa serie di articoli ci ha dato un’idea di quanto complesso e concatenato sia l’argomento legato alla stabilità dell’immagine fotografica chimica. Spero che attraverso una visione d’insieme di tutte le tecniche e gli accorgimenti descritti, ogni lettore possa far tesoro delle informazioni accumulate e migliorare le qualità di conservazione dei propri lavori.
Nel prossimo numero vedremo come trarre vantaggio dall’uso di viraggi diversi, combinati in un’unica soluzione di trattamento.

Dai monti Pisani, novembre 2002 – © Marco Barsanti

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 37, della primavera-estate 2004 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Il nuovo libro di Enzo Cei

Segnalo la presentazione del nuovo volume fotografico del mio amico Enzo Cei