Il Lavaggio nella Stampa Fine Art – prima parte

Pensando alle varie fasi del processo di stampa in bianco e nero, credo che l’operazione ultima, vale a dire il lavaggio, sia la sola alla quale penso con un vero senso di noia.
Usando prevalentemente carte del tipo baritato, per molto tempo mi sono attenuto alla regola classica che indica: dopo il fissaggio lavare le stampe almeno un’ora in acqua fresca corrente….
Determinato a trovare un’alternativa, ho cercato di scoprire quali fossero gli accorgimenti più idonei a diminuire l’attesa, ridurre il consumo d’acqua (che è un bene prezioso), e che potessero migliorare l’efficienza del lavaggio.
Nel presente articolo cercherò di approfondire nello specifico quest’aspetto.

E’ necessario lavare a fondo pellicole e carte in bianco e nero. Il principale compito dell’acqua di lavaggio è quello di asportare il tiosolfato (iposolfito) ed i sali complessi di argento-tiosolfato assorbiti dalla fibra. Dal loro livello residuo dipende in larga misura la longevità della stampa.
Un lavaggio conservativo eseguito a regola d’arte, non solo dipende dalla tecnica con il quale si attua, ma è il risultato di tutti gli accorgimenti di trattamento discussi nei precedenti articoli: controllo della capacità del fissaggio, impiego di un aiuto lavaggio chimico, scelta degli appropriati viraggi protettivi ecc.
I grandi nomi che della fotografia hanno fatto un’arte (A. Stieglitz, P. Strand, J. Margaret- Cameron ecc.) conoscevano ben poco delle tecniche di lavaggio, ma nonostante questo molte delle loro opere sono giunte fino a noi in buone condizioni.
A differenza di un tempo, infatti, adesso dobbiamo fare i conti con un livello d’inquinamento parecchio superiore; molte sostanze disperse nell’aria e nell’acqua sono oggi potenzialmente dannose per l’immagine argentica.

I parametri di tolleranza:
Un modo semplice per interpretare quanto tiosolfato residuo possa compromettere la durata di una fotografia, è di pensarlo come quantità espressa in grammi per metro quadrato di carta. Per gli addetti ai lavori quest’unità di misura si trasforma in microgrammi per centimetro quadrato (Vedi Gente di Fotografia n°32, “La permanenza delle stampe fotografiche in b/n”). Ilford ad esempio ha un suo standard di tolleranza fissato a 0,7microg per cm2 di carta.

Nella normale pratica di camera oscura posso suggerire un semplice metodo test, che nonostante la sua approssimazione, può indicare che nelle nostre stampe sono rimasti livelli di fissaggio sopra la tolleranza.
Si prepara la seguente soluzione costituita da:
Acqua distillata 700 cc.
Acido Acetico (Sol. al 28%) 120 grammi
Nitrato d’argento 7,5 grammi
Acqua distillata fino a 1 litro

Si applica una piccola quantità di questa soluzione, per esempio con un contagocce, su una zona bianca di una stampa di prova già lavata. Trascorsi due minuti si può asportare la soluzione: in quel punto può essere osservata una macchia, più o meno scura. Più la macchia è debole e più il lavaggio è stato efficace. Nel caso la macchia sia pressoché invisibile, possiamo essere certi che il lavaggio ha eliminato praticamente ogni traccia di tiosolfato residuo.

Un ipotetico sistema di lavaggio:
Mentre nelle pellicole e nelle carte RC il fissaggio può essere assorbito solo dal sottilissimo strato d’emulsione, la porosità della fibra delle carte tradizionali raccoglie quantità ben maggiori dei chimici di trattamento.
Può sembrare inverosimile, ma un metodo ipotetico ci indicherebbe come possibile il lavaggio di una stampa 20×25 in soli 300ml d’acqua.
Assumendo, infatti, che lo spessore di una carta baritata a doppio peso (double-weight) è di circa 0,03 cm, una stampa di queste dimensioni avrà un volume totale di circa 15cm³. Tolta dal fissaggio, questa fotografia tratterrà approssimativamente, sia nel suo interno poroso sia in aderenza alla superficie, una pari quantità di componente chimico: circa 15ml di fissaggio.
Con una dose di 15ml d’acqua di lavaggio ci potremo aspettare che metà del tiosolfato contenuto nella fotografia entri in soluzione nell’acqua, bilanciandosi. Avremo in questo modo già ridotto della metà il livello iniziale di fissaggio nella stampa.
Scartando l’acqua, e ripetendo questo ciclo per dieci volte, il livello d’iposolfito residuo finirebbe per ridursi ad un millesimo; ripetendolo venti volte raggiungeremo un milionesimo: il ricambio frequente di piccole quantità d’acqua ci avrebbe permesso un lavaggio completo in soli 300 ml d’acqua!
Purtroppo questo “modello ipotetico” ignora molti fattori che nell’applicazione concreta vengono ad influenzarne l’efficacia: ad esempio la qualità dell’agitazione e della circolazione dell’acqua sulla superficie della stampa, la sua struttura cartacea, la temperatura ecc.
Da prove sperimentali è possibile osservare che il fissaggio diminuisce rapidamente solo durante la prima fase dei cicli di lavaggio. Dopo circa mezz’ora il processo di diffusione continua, ma a bassi livelli di concentrazione l’iposolfito impiega molto più tempo per abbandonare la fibra.
Solo l’introduzione di altri accorgimenti ci consentirà di anticipare l’essiccazione dei nostri lavori.

Meno fissaggio nella fibra:
Nella carta fotografica l’assorbimento del fissaggio inizia lentamente dalla superficie verso l’interno, penetrandovi fino a saturazione completa. Attraverso l’uso di un fissaggio al tiosolfato di ammonio è possibile portare in soluzione gli alogenuri di argento non esposti, impedendo all’iposolfito di penetrare in profondità. Su questo semplice principio si basa la procedura di trattamento abbreviato Ilford (per i dettagli vedi Gente di Fotografia n°33)
Dalle prime prove sperimentali condotte dalla casa inglese una ventina di anni fa, risultava che, dopo 30 secondi di fissaggio (a 20°C), il livello massimo d’iposolfito assorbito era di soli 0,14 g./cm², una quantità facile da eliminare attraverso il lavaggio.
Essendo 30 secondi insufficienti per coprire la superficie di stampe di formato superiore, Ilford ha successivamente preferito protrarre questo tempo di trattamento fino a 60 secondi, aumentando di soli 0,02 g./cm² il livello d’iposolfito assorbito.

A questo punto, possiamo anche chiederci, se questa procedura sia valida per ogni tipo di carta, anche differente dai materiali FB Ilford.
La risposta è che, per la maggior parte delle carte double weight baritate, il procedimento è in linea di massima sicuro. In pratica la dissoluzione completa degli alogenuri d’argento non esposti avviene prima dei 30 secondi minimi consigliati (Utilizzando Ilford Rapid Fixer o Hypam senza induritore alle concentrazioni indicate).
Per verificare, e restare tranquilli, consiglio questo semplice test da eseguire con la varietà di carta che usiamo abitualmente: in camera oscura ed in luce di sicurezza si taglia una striscia di carta sensibile di circa 5 x 24cm del tipo che vogliamo testare. La si immerge completamente in un bagno d’arresto per circa un minuto. Si immergano poi i primi cinque centimetri circa di un capo (nel senso della lunghezza) nel bagno di fissaggio e si lasciano trascorrere cinque secondi, successivamente altri cinque centimetri per ulteriori cinque secondi, e cosi via fino a toccare il fissaggio con le dita. Avremo ottenuto cinque porzioni fissate rispettivamente per 5, 10, 15, 20, 25 secondi. Immediatamente si trasferisce la striscia in un bagno di sviluppo e si accende la luce. Trascorso il normale tempo di sviluppo si sciacqua lo spezzone in acqua e lo si controlla: i secondi corrispondenti al primo segmento completamente bianco saranno quelli necessari per un fissaggio completo. Questo tempo dovrebbe essere poi raddoppiato per sicurezza.

Vecchio cascinale, particolare sul muro, luglio 1998 © Marco Barsanti

L’aiuto lavaggio:
E’ inutile ribadire l’importanza di un aiuto lavaggio chimico (washing aid) nella procedura conservativa. Si tratta di un bagno dalla composizione chimica semplice, non inquinante, che permette in pochi minuti di preparare la stampa al lavaggio, con notevole risparmio di tempo e d’acqua. Il suo impiego è previsto, infatti, fra l’operazione di fissaggio e quella del lavaggio.
I prodotti commercialmente più diffusi nel nostro paese sono Kodak Hypo Clearing Agent (prodotto in polvere da dissolversi in acqua distillata) e Ilford Galerie Washaid (liquido concentrato). Sono entrambi molto simili nella composizione. Washaid Ilford contiene alcuni agenti che ne aggiustano l’equilibrio chimico anche con acque particolarmente dure.
Alle concentrazioni di lavoro la loro durata utile è piuttosto limitata: circa 24 ore per il prodotto Kodak, circa una settimana per quello Ilford.

La temperatura ottimale:
La temperatura ottimale è quella che si avvicina il più possibile a quella tipica di trattamento, cioè 20°C. Temperature assai più alte, sebbene non ostacolino il lavaggio, tendono pericolosamente a rammollire la gelatina e a renderla più vulnerabile ai danneggiamenti meccanici. Le temperature più basse sono quelle più problematiche in quanto tendono a rendere più compatta l’emulsione, impedendo il rilascio dell’iposolfito. Alcuni fabbricanti consigliano addirittura di raddoppiare il normale tempo di lavaggio quando la temperatura è prossima ai 10°C.
Ancora una volta è consigliabile l’uso di un aiuto lavaggio chimico che per sua natura contribuisce a contenere il problema.

Un sistema di lavaggio efficiente:
Nella pratica, lavare efficacemente una stampa fotografica è più semplice di quanto si pensi.
Nel caso la nostra produzione si limiti a poche stampe per seduta, sono sufficienti due bacinelle di una misura superiore a quella delle fotografie da lavare.
Per trasformare da teorico a pratico il principio dei “300ml per una stampa 20X25”, si opera con questo sistema:
Si immergono le stampe nella prima bacinella d’acqua (non più di due o tre fotografie per ciclo di lavaggio), agitando e cambiando di posizione le stampe ogni tanto per circa cinque minuti. Alla fine di questo ciclo si trasferiscono le stampe dalla prima alla seconda bacinella già contenente l’acqua di lavaggio (la quantità d’acqua necessaria è quella sufficiente a coprire le fotografie). Si scarta l’acqua della prima bacinella e si sostituisce con una pari quantità fresca; si applica un altro ciclo di lavaggio di cinque minuti nella seconda bacinella, poi, si trasferiscono le stampe nella prima e così via fino al termine del tempo complessivo di lavaggio. Naturalmente bisogna prestare attenzione alla fragilità delle carte baritate durante i vari spostamenti da una bacinella all’altra.
La durata totale del lavaggio dipende dal tipo di procedura adottata e se si è usato o meno un “washing aid”.
Questa è quanto possiamo considerare come la migliore tecnica attuabile, sicuramente più efficiente di quanto si possa ottenere con la maggior parte delle più comode (e costose) lavatrici a scomparti verticali.
Naturalmente se il volume di lavoro cresce, e le stampe da lavare sono parecchie, ecco che una lavatrice verticale diviene un accessorio insostituibile.

Le lavatrici per carte:
Le migliori lavatrici per carte sono quelle a scomparti verticali. Sono costituite da una grossa vasca principale suddivisa in più camere molto sottili. La loro costruzione permette di lavare parecchie stampe contemporaneamente, mantenendo i fogli separati e sottoposti a circolazione d’acqua continua.

Nella seconda parte di quest’articolo parleremo ancora delle lavatrici verticali, della loro efficacia, e degli ultimi accorgimenti per raggiungere la stabilità ottimale delle stampe fotografiche in bianco e nero.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 36, dell’inverno 2003-2004 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Verciano, febbraio 2007 © Marco Barsanti

Edmund Teske

Edmund Teske, Gertrude Teske composite with Olive Hill, Hollywood, 1974 © Edmund Teske

Edmund Teske

Nancy Rexroth

Nancy Rexroth, Mia Madre, Pennsville, Ohio 1970 © Nancy Rexroth

Nancy Rexroth Interview

Il Viraggio al Selenio nella Stampa in Bianco e Nero – seconda parte

Sebbene lo sviluppo della tecnologia digitale costituisca oggi un’ottima alternativa alla stampa fotografica classica, i maggiori produttori di carte in bianco e nero continuano a proporre una vasta varietà di materiali di tipo tradizionale.
Secondo le proprie esigenze creative, è possibile scegliere fra carte molto differenti per tonalità di grigio, intonazione della base, peso e aspetto della superficie.
In questa classificazione ci troviamo spesso a parlare di “colore” della stampa. Quest’aggettivo può sembrare inadeguato, ma in realtà descrive un’effettiva classificazione cromatica che distingue le tonalità di una fotografia in bianco e nero per il loro grado di calore o freddezza.
Attraverso l’utilizzo dei materiali da stampa, in primo luogo la varietà di carta, la componente chimica del rivelatore ed i trattamenti di viraggio, è possibile ottenere uno slittamento verso l’una o l’altra estremità di colore.
Alcuni anni fa Kodak pubblicava un opuscolo tecnico dove erano riportate tutte le tonalità ottenibili combinando i vari viraggi a più tipi di carta: per questo si parlava di toni neutri, bruno-rossastri, bruno-porpora, bruno-cioccolata, giallo-seppia e così via

In quest’articolo ci occuperemo di come produrre stampe in bianco e nero con tonalità calde attraverso l’uso del viraggio al selenio. Con questo trattamento è possibile raggiungere una vasta varietà di tonalità brune, da lievi a molto pronunciate.

La carta da stampa:
E’ caratteristica tipica delle carte con composizione combinata di cloruro e bromuro d’argento, di generare un’immagine argentica d’intonazione leggermente calda, talvolta abbinata ad una colorazione simile molto sottile, del bianco della base.
Solitamente, per distinguere con chiarezza le differenze tonali dalle carte al bromuro d’argento, è necessario ricorrere ad un confronto visivo fra i due materiali.
Per evidenziare il più possibile la tonalità calda si può ricorrere a due sistemi:
Usare una formula di sviluppo classificata appunto come a tono caldo. In commercio esistono alcuni rivelatori specifici per carte warmtone, ma purtroppo il loro effetto è spesso di scarsa efficacia. In molti casi, il maggior dosaggio di bromuro di potassio di queste formule, può generare una fastidiosa dominante verdastra alla stampa;
Abbinare all’effetto del rivelatore il viraggio al selenio. I migliori risultati in termini d’intensità e qualità cromatica si possono ottenere utilizzando il Kodak Rapid Selenium Toner – KRST.

Esistono due generi di carte warmtone: le classiche a gradazione fissa e quelle a contrasto variabile, queste ultime decisamente più versatili nell’utilizzo.
Attualmente le più diffuse sono la ILFORD Multigrade Warm Tone e la FORTE Polywarmtone ambedue a contrasto variabile e disponibili nelle versioni FB e RC.
Ce ne sono anche altre, di qualità eccellente, ma purtroppo scarsamente diffuse.

Gli effetti d’intonazione del viraggio al Selenio:
Abbiamo già ampiamente discusso sull’uso e gli effetti del viraggio al selenio nel precedente articolo “Laboratorio”, (I vantaggi del viraggio al selenio nella stampa in bianco e nero – prima parte -, Gente di Fotografia n°34). Usando il KRST con le carte a tono caldo significa poter sfruttare ugualmente tutti i vantaggi precedentemente elencati:
Il toner al selenio contribuisce alla conservazione delle stampe incrementandone la permanenza d’archivio.
Provoca un innalzamento del contrasto generale attraverso l’intensificazione dei valori tonali profondi; i neri ne risultano più decisi ed intensi.
A differenza di quanto succede con le carte al bromuro, il viraggio al selenio conferisce alle carte a tono caldo un’ampia gamma di tonalità di colore bruno da molto leggere ad intense.
Voglio precisare ancora una volta che le caratteristiche cromatiche dell’intonazione dipendono da numerose variabili (dal tipo di carta, dalla partita di provenienza, dalla componente chimica del rivelatore, dalla concentrazione e dal tempo di trattamento nel toner).
Sarebbe impresa ardua cercare di classificare gli effetti di viraggio con tutte le carte in commercio, a meno di non avere intenzione di realizzare un vero e proprio trattato specifico sull’argomento.
Nell’ambito del presente articolo circoscriverò il mio esame ad una sola carta, del tipo baritato a contrasto variabile: la FORTE Polywarmtone FB Plus.
Questa carta presenta una base bianca neutra, differenziandosi dalla Ilford Multigrade che come colorazione di fondo mostra invece una leggerissima nuance color crema.
Non ho scelto Forte Polywarmtone per un criterio di preferenza personale, ma semplicemente per il fatto di disporne al momento delle prove di viraggio.

Il trattamento:
Prima di intraprendere la descrizione delle mie prove vorrei nuovamente sottolineare che il viraggio al selenio presenta un certo grado di tossicità. Le precauzioni da adottare per operare in tranquillità sono semplici: da evitare il contatto diretto e prolungato con la pelle (soprattutto del prodotto concentrato) e mantenere sempre ben aerato il locale di lavoro.

Come prima cosa ho ingrandito e sviluppato una fotografia di riferimento sulla quale non sono intervenuto con il toner.
Ho destinato altre cinque copie di questa fotografia al viraggio. Il loro tempo di sviluppo è stato ridotto del 10% ed ho effettuato il fissaggio in un bagno acido, non induritore.
Nota: tutti i dettagli relativi al trattamento sono già stati discussi nella prima parte del presente articolo.

Ho preparato poi tre soluzioni di viraggio ognuna ad un grado di concentrazione diverso:
Una prima soluzione di KRST diluito nella proporzione di 1+20 in aiuto-lavaggio alla “work solution” (es: Kodak Hypo Clearing Agent – HCA); questa combinazione riduce il rischio di macchiare la stampa. Purtroppo la soluzione non si conserva ed è da considerarsi come bagno a perdere.
Le soluzioni 1+9 ed 1+5 possono essere ottenute diluendo il KRST in sola acqua distillata. Ognuna delle due concentrazioni produce un bagno riutilizzabile fino ad esaurimento con buone caratteristiche di conservazione (dai quattro ai sei mesi in bottiglie scure di vetro).

Il viraggio: diluizioni, tempi di trattamento e descrizione dei risultati
Ho fissato a 24°C la temperatura dei bagni assumendo come tempo massimo di trattamento circa otto minuti.

Ecco l’elenco dei distinti interventi di viraggio:
1. Diluizione 1+20, tempo di trattamento 4’00” @ 24°C; per la bassa concentrazione ed il breve tempo di trattamento, l’effetto del viraggio non induce ad evidenti cambiamenti nel colore. E’ neutralizzata la sgradevole tonalità verdognola tipica di molte carte e i valori profondi mostrano un leggero rinforzo (Vedi fotografia 2).

2. Diluizione 1+20, tempo di trattamento 8’00” @ 24°; in questo caso, per il protrarsi del tempo di viraggio, la fotografia tende ad assumere tonalità apprezzabilmente più calde nei valori più bassi, dando inizio ad un fenomeno classificato come di Split Toning o viraggio spezzato. (Articolo “Laboratorio”, Tecniche di viraggio spezzato, Gente di Fotografia n°32) (Vedi fotografia 3).

3. Diluizione 1+9, tempi di trattamento rispettivamente di 4’00” e 8’00” @ 24°C; La maggiore concentrazione di KRST inizia a produrre un effettivo, visibile slittamento cromatico. L’effetto d’intonazione bruno-rossastro sembra rimanere circoscritto ai valori medio-profondi, lasciando inalterati i toni neutri delle alteluci. Lo Split Tonig è un fenomeno tipico con il quale rispondono molte delle carte a contrasto variabile e può, in molti casi, enfatizzare la sensazione di profondità della fotografia. Molti fotografi usano questo effetto selettivo per scopi estetici (Vedi fotografie 4 e 5).

4. Diluizione 1+5, tempo di trattamento 4’00” @ 24°C; la carta Forte Polywarmtone FB sottoposta a viraggio concentrato raggiunge rapidamente l’intonazione completa: l’intera gamma tonale s’indirizza verso una colorazione bruno-rossastra. Il rinforzo dei valori profondi è massimo. E’ sconsigliabile a queste concentrazioni protrarre troppo a lungo il tempo di trattamento, infatti, un overtoning può addirittura invertire i risultati (Vedi fotografia 6).

Ad ogni operazione di viraggio segue un bagno in HCA ed un successivo, completo lavaggio.

Pontile, nei pressi di Brest, Bretagna, 2001 © Marco Barsanti
Stampa sviluppata in rivelatore a tono caldo, non sottoposta a viraggio
Krst diluiz. 1+9, tempo di trattamento 8′ a 24°C
Krst diluiz. 1+5, tempo di trattamento 4′ a 24°C

Conclusioni:
La scelta verso uno specifico tipo d’intonazione può contribuire ad accrescere la qualità estetica ed emozionale di un’opera.
Fra i viraggi quello al selenio è sicuramente da considerarsi il più versatile: è composto da un bagno unico, può produrre sia tonalità fredde sia calde, il suo effetto è variabile a piacimento. La pratica c’insegna a trarre gran vantaggio proprio dai suoi effetti più sottili.

Nel prossimo numero concluderemo l’argomento relativo alla conservazione delle fotografie discutendo gli aspetti legati al lavaggio delle stampe fotografiche.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 35, dell’autunno 2003 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

 

Un micio rosso

Sara e Ciccio, nei pressi di Sasso Rosso, marzo 2012
Sara e Ciccio, nei pressi di Sasso Rosso, marzo 2012 © Marco Barsanti

Molti mi chiedono se il micio che compare in questa fotografia, lo abbiamo portato con noi sui monti.
Beh, no! Il micio era sul posto, non avevamo davvero preventivato la sua presenza!
Lo abbiamo chiamato cordialmente Ciccio.
Ciccio, da un iniziale timido avvicinamento, si è dimostrato invece un micio rosso scatenato. Ha iniziato a sfrecciare in su e in giù, ha cercato ripetutamente di agguantare in corsa lo scatto remoto della mia fotocamera, per non parlare dei suoi tentativi di arrampicamento sulla gonna di Sara! Il timido micino aveva in realtà un’energià incontenibile.
Sono stato abile ad immortalarlo in un attimo di sua pura distrazione, quando tutto tornava alla perfezione. Quindi no, nemmeno Photshop c’entra, tutto proviene da un episodio reale!
Chissà se Ciccio sta ancora sfrecciando, lassù, sui “sassi rossi”….

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Frank Horvat

From  "Trip to Carrara", 2011
Frank Horvat – From “Trip to Carrara”, 2011

Frank Horvat

Mitch Epstein

Mitch Epstein - Untitled, New York, 1998
Mitch Epstein – Untitled, New York, 1998 from “The City”

Mitch Epstein

Jerry Uelsmann

Jerry Uelsmann - Untitled, 1983
Jerry Uelsmann – Untitled, 1983

Jerry Uelsmann