Romualdas Rakauskas

Romualdas Rakauskas, From the Flowers series, 1970 – © Romualdas Rakauskas

Romualdas Rakauskas

Ray Metzker

Ray Metzker, Colorado from Earthly Delight, 1986 – © Ray Metzker

Ray Metzker

Erwin Blumenfeld

Erwin Blumenfeld, Paris, c.1937 – Copyright the estate of Erwin Blumenfeld

Erwin Blumenfeld

Sanne Sannes

Sanne Sannes, titolo sconosciuto, 1959-64 – All copyright the estate of Sanne Sannes

Sanne Sannes

Il Lavaggio nella Stampa Fine Art – seconda parte

Alcuni anni fa ho acquistato una vasca a scomparti verticali per il lavaggio delle mie fotografie in bianco e nero. Avevo la certezza, che attraverso il suo utilizzo, avrei finalmente evitato il lungo e tedioso lavaggio manuale in bacinella.
Le mie attese purtroppo si rivelarono solo in parte soddisfatte; ben presto capii che per inesperienza avevo commesso alcuni errori di valutazione sul criterio di scelta del modello specifico.
Non solo la vasca che avevo acquistato era sovradimensionata per la mia abituale produzione di stampe su carta baritata, ma anche il suo sistema di circolazione dell’acqua non presentava un’efficienza ottimale. A poco a poco mi resi anche conto, che per rendere veramente efficace il lavaggio, avrei dovuto apportare delle modifiche alla vasca.
L’intento di questo articolo, oltre a discutere gli ultimi accorgimenti utili nella tecnica del lavaggio, è di suggerire alcuni consigli sul criterio di scelta di questo accessorio.

In quali casi è effettivamente conveniente l’impiego di una lavatrice verticale:
Una lavatrice professionale è costituita da una vasca in acrilico trasparente, da riempire completamente di acqua. Una suddivisione interna a scomparti serve ad accogliere e mantenere le stampe separate, mentre il flusso continuo di acqua provvede al lavaggio. Ogni lavatrice, infatti, é dotata di un raccordo di alimentazione collegabile ad un rubinetto e l’acqua in eccesso viene scaricata da un sistema di troppo pieno. Naturalmente gli schemi di circolazione idraulica sono diversi da produttore a produttore e la loro efficienza è il risultato della validità del progetto.
Le dimensioni vanno ad uniformarsi ai formati standard delle carte e il numero degli scomparti è variabile a seconda del modello.

Prima dell’acquisto è da valutare bene quale sia la produzione media di stampe per ogni sessione di lavoro, e quali i formati abituali di stampa. Per la produzione di un numero ridotto di copie sarà sempre preferibile il lavaggio in bacinella (vedi procedura descritta nel precedente articolo). Con un po’ di pazienza, lavando poche fotografie alla volta, si possono risparmiare notevoli quantitativi d’acqua con un’efficienza sicuramente superiore.
Basti pensare che una lavatrice per stampe formato 30×40 cm. e provvista di 10-15 scomparti, contiene in media 50 litri d’acqua con uno scarico di 4/5 litri il minuto. E’ evidente che il suo uso non si dimostra conveniente a meno che non si contino di impegnare tutti gli scomparti per ogni ciclo di lavaggio.
Il mercato delle “Archival Washers” ha avuto successo soprattutto negli Stati Uniti dove per molti fotografi professionisti è normale la produzione di molte stampe uguali destinate alle gallerie d’arte.
La concorrenza tra i produttori ha fatto sì che i prezzi siano piuttosto elevati, dunque per chi ama il “bricolage” potrebbe essere una buona scelta la costruzione in proprio, magari dimensionando la vasca per la necessità personale. Lo spunto per la realizzazione del meccanismo di circolo dell’acqua potrebbe essere preso da una lavatrice già usata da un collega.

La funzione di una lavatrice verticale:
Una lavatrice di qualità permette il lavaggio di molte stampe in un bagno d’acqua costantemente rigenerato il cui movimento accarezzi la superficie dei fogli. Con questo meccanismo si favorisce il rilascio dalla fibra del residuo chimico, evitando al fotografo l’impegno nel dover ricambiare manualmente l’acqua a brevi intervalli. Anche il rischio di danneggiare le stampe durante l’agitazione e gli spostamenti da una bacinella all’altra viene radicalmente ridotto.
Sono due i requisiti essenziali che caratterizzano una lavatrice d’archivio:
1. La dotazione di uno scomparto per ogni stampa, in maniera che tutte le fotografie restino separate. Gli scomparti devono essere indipendenti per impedire che, inserendo in seguito altre fotografie, si contaminino di fissaggio le altre già avviate al lavaggio;
2. Un percorso di circolazione dell’acqua ben progettato, in modo che tutta la superficie di ogni singola stampa riceva lo stesso standard di lavaggio.
Altri requisiti altrettanto importanti sono:
La compattezza della vasca ed il dimensionamento adeguato della larghezza degli scomparti;
Lo svuotamento veloce dell’acqua durante ed alla fine della sessione;
Divisori removibili per facilitare la pulizia interna.

Al tramonto, parco naturale di S. Rossore, ottobre 2000 – © Marco Barsanti

Come sfruttarne a pieno l’efficienza:
Poco fa abbiamo parlato dell’importanza di un percorso idraulico ben progettato. L’acqua iniettata tramite un raccordo di gomma tra vasca e rubinetto, dovrebbe, spinta dalla pressione, circolare all’interno e asportare i residui chimici scaricandoli progressivamente. Alcuni test di laboratorio dimostrano che un numero ridotto di cambi d’acqua in un sistema chiuso e ben agitato (meccanicamente o per circolazione forzata), assicura buoni risultati. Purtroppo non tutte le lavatrici da archivio permettono un ricambio, dove, ad ogni quantità di acqua fresca immessa, corrisponda uno scarico di quella contenente residuo di fissaggio.
L’agitazione è provocata dalla spinta dell’acqua proveniente dal rubinetto di alimentazione, per questo sarà necessario conoscere quale pressione e quantità d’acqua dovremo immettere per generare sufficiente turbolenza. Una lavatrice in cui non avviene nessun tipo di movimento ondulatorio dei fogli è da scartarsi a priori.
La carta, una volta immersa nell’acqua che riempie uno scomparto, assume la tendenza all’aderire ad un lato od all’altro del medesimo. Nella maggioranza dei casi, per il tipo di curvatura naturale, è il lato emulsionato ad incollarsi ad una parete. Per questo è preferibile che i divisori presentino una superficie corrugata che aiuti a ridurre questo fenomeno.
I divisori non dovrebbero essere disposti troppo ravvicinati l’uno dall’altro: questo accorgimento riduce la tendenza del foglio all’adesione. Di contro, scomparti troppo distanziati, aumentano eccessivamente il volume dell’acqua rallentando il ricambio.
Un metodo per testare approssimativamente il ricambio d’acqua è quello di far cadere alcune gocce di colorante (es. inchiostro di china) in ciascuno scomparto. Una lavatrice ben progettata dovrebbe eliminare in maniera progressiva e rapida il colorante introdotto. I test condotti sulla maggior parte delle “Archival Washers” presenti sul mercato hanno dimostrato una tendenza a conservare a lungo una certa quantità residua di acqua colorata.
Testando per la prima volta la mia lavatrice osservai che, anche dopo trenta minuti di flusso continuo di acqua (4 litri per minuto), il colorante non aveva completamente abbandonato la vasca! Ovviamente un risultato del genere suscita molti dubbi sulla validità di funzionamento di questi costosi accessori.
Documentandomi ulteriormente ho appreso che, anche una lavatrice verticale, necessita di veri e propri cambi forzati di acqua. L’unico metodo possibile per raggiungere più cicli completi è quello di svuotarla manualmente e riempirla di nuovo d’acqua più volte.
Ecco sfumata l’illusione di poter liberamente fare una passeggiata all’aria aperta mentre le nostre fotografie sono sottoposte a lavaggio…..

Accorgimenti per favorire il lavaggio:
Abbiamo già discusso dei vantaggi apportati dall’impiego di un aiuto lavaggio chimico e dell’importanza del controllo della temperatura dell’acqua (vedi precedente articolo “Laboratorio”).
Assolutamente da evitare è il trasferimento diretto delle stampe dal bagno di fissaggio alla lavatrice. In questo modo provocheremo un’inutile, ulteriore, concentrazione di iposolfito da eliminare. Un breve pre-lavaggio costituito da un paio di ricambi d’acqua in una bacinella è un’ottima abitudine.
Attenzione anche ai fissaggi induritori dei quali l’uso in condizioni standard è certamente sconsigliato. L’impiego di un agente indurente favorisce l’intrappolamento del tiosolfato residuo dietro lo strato di emulsione compattato.
Una buona regola da adottare, nel caso che l’uso dell’induritore sia inevitabile (come in alcuni procedimenti di viraggio), è quello di raddoppiare il tempo di lavaggio.

Lavaggio di più stampe precedentemente fissate ed essiccate:
Un ottimo metodo per sfruttare a pieno la capacità di una lavatrice verticale è quello di sottoporre a lavaggio parecchie stampe provenienti da differenti sessioni di lavoro. Queste fotografie saranno già state sottoposte a fissaggio e lavaggio con la tecnica abbreviata Ilford ed essiccate (per i dettagli vedi Gente di Fotografia n°33).
Se non si desidera un viraggio conservativo può essere sufficiente fermarsi a questo punto. Per l’applicazione di un viraggio qualsiasi, al selenio, all’oro o per solfurazione, è necessario il lavaggio prolungato.
Ci si attiene dunque a questo metodo:
1. Appena raggiunto un numero sufficiente di stampe da occupare ogni scomparto della lavatrice si procede alla loro nuova bagnatura. Sono sufficienti dieci minuti di immersione in una bacinella d’acqua.
2. Si fissano nuovamente la stampe per trenta secondi; si passa poi al viraggio seguito da un qualsiasi bagno chiarificatore di iposolfito.
3. Dopo aver sottoposto le stampe ad un breve risciacquo (per asportare l’eccesso di chimica dalla superficie) si passa al loro completo lavaggio nella lavatrice a scomparti.

Valutazioni di scelta conclusive:
Vorrei aggiungere alcune osservazioni da considerare al momento che si valuti la necessità di acquistare una lavatrice:
da evitare, a meno che non si disponga già di un modello dedicato ai formati inferiori, di vasche molto grandi (es. 40×50). La loro efficienza di lavaggio è generalmente inferiore e necessitano di grossi quantitativi di acqua per il riempimento;
a meno che non si preveda una notevole produzione di stampe per sessione è meglio orientarsi sui modelli dotati di un numero ridotto di scomparti;
per un modello dedicato al formato 30×40 una buona misura di separazione fra i divisori varia da 1cm. a 1,5 cm. L’inserimento delle stampe non sarà difficoltoso e la circolazione dell’acqua avrà la massima efficienza;
Verificare attentamente il tempo di svuotamento e di riempimento, parametri fondamentali per ottenere un effettivo ricambio d’acqua. Più brevi sono questi intervalli e meglio è.
Personalmente ho dotato la mia Archival Washer di un ulteriore scarico che mi permette di svuotare la vasca in meno di due minuti.

La lavatrice d’archivio ideale:
A questo punto, giocando di fantasia potremmo idealizzare che:
Una lavatrice disegnata e costruita per raggiungere la massima efficienza dovrebbe riempirsi rapidamente usando acqua immessa con notevole pressione. Una volta riempita, l’iniezione dovrebbe interrompersi automaticamente e un sistema idraulico dovrebbe muovere dolcemente l’acqua intorno alle stampe per un certo periodo di tempo. Poi, sempre automaticamente, la vasca dovrebbe svuotarsi per poi riempirsi di nuovo, per tutte le volte necessarie al lavaggio completo.
Un’altra idea potrebbe essere quella di dotare una lavatrice di un sistema in grado di invertire alternativamente il flusso dell’acqua; dall’entrata verso l’uscita e viceversa.
Naturalmente non esiste in commercio niente di simile e per soddisfare questi requisiti dovremo aiutarci con un pizzico d’ingegno e alcune operazioni manuali.

Questa serie di articoli ci ha dato un’idea di quanto complesso e concatenato sia l’argomento legato alla stabilità dell’immagine fotografica chimica. Spero che attraverso una visione d’insieme di tutte le tecniche e gli accorgimenti descritti, ogni lettore possa far tesoro delle informazioni accumulate e migliorare le qualità di conservazione dei propri lavori.
Nel prossimo numero vedremo come trarre vantaggio dall’uso di viraggi diversi, combinati in un’unica soluzione di trattamento.

Dai monti Pisani, novembre 2002 – © Marco Barsanti

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 37, della primavera-estate 2004 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Il nuovo libro di Enzo Cei

Segnalo la presentazione del nuovo volume fotografico del mio amico Enzo Cei

Il Lavaggio nella Stampa Fine Art – prima parte

Pensando alle varie fasi del processo di stampa in bianco e nero, credo che l’operazione ultima, vale a dire il lavaggio, sia la sola alla quale penso con un vero senso di noia.
Usando prevalentemente carte del tipo baritato, per molto tempo mi sono attenuto alla regola classica che indica: dopo il fissaggio lavare le stampe almeno un’ora in acqua fresca corrente….
Determinato a trovare un’alternativa, ho cercato di scoprire quali fossero gli accorgimenti più idonei a diminuire l’attesa, ridurre il consumo d’acqua (che è un bene prezioso), e che potessero migliorare l’efficienza del lavaggio.
Nel presente articolo cercherò di approfondire nello specifico quest’aspetto.

E’ necessario lavare a fondo pellicole e carte in bianco e nero. Il principale compito dell’acqua di lavaggio è quello di asportare il tiosolfato (iposolfito) ed i sali complessi di argento-tiosolfato assorbiti dalla fibra. Dal loro livello residuo dipende in larga misura la longevità della stampa.
Un lavaggio conservativo eseguito a regola d’arte, non solo dipende dalla tecnica con il quale si attua, ma è il risultato di tutti gli accorgimenti di trattamento discussi nei precedenti articoli: controllo della capacità del fissaggio, impiego di un aiuto lavaggio chimico, scelta degli appropriati viraggi protettivi ecc.
I grandi nomi che della fotografia hanno fatto un’arte (A. Stieglitz, P. Strand, J. Margaret- Cameron ecc.) conoscevano ben poco delle tecniche di lavaggio, ma nonostante questo molte delle loro opere sono giunte fino a noi in buone condizioni.
A differenza di un tempo, infatti, adesso dobbiamo fare i conti con un livello d’inquinamento parecchio superiore; molte sostanze disperse nell’aria e nell’acqua sono oggi potenzialmente dannose per l’immagine argentica.

I parametri di tolleranza:
Un modo semplice per interpretare quanto tiosolfato residuo possa compromettere la durata di una fotografia, è di pensarlo come quantità espressa in grammi per metro quadrato di carta. Per gli addetti ai lavori quest’unità di misura si trasforma in microgrammi per centimetro quadrato (Vedi Gente di Fotografia n°32, “La permanenza delle stampe fotografiche in b/n”). Ilford ad esempio ha un suo standard di tolleranza fissato a 0,7microg per cm2 di carta.

Nella normale pratica di camera oscura posso suggerire un semplice metodo test, che nonostante la sua approssimazione, può indicare che nelle nostre stampe sono rimasti livelli di fissaggio sopra la tolleranza.
Si prepara la seguente soluzione costituita da:
Acqua distillata 700 cc.
Acido Acetico (Sol. al 28%) 120 grammi
Nitrato d’argento 7,5 grammi
Acqua distillata fino a 1 litro

Si applica una piccola quantità di questa soluzione, per esempio con un contagocce, su una zona bianca di una stampa di prova già lavata. Trascorsi due minuti si può asportare la soluzione: in quel punto può essere osservata una macchia, più o meno scura. Più la macchia è debole e più il lavaggio è stato efficace. Nel caso la macchia sia pressoché invisibile, possiamo essere certi che il lavaggio ha eliminato praticamente ogni traccia di tiosolfato residuo.

Un ipotetico sistema di lavaggio:
Mentre nelle pellicole e nelle carte RC il fissaggio può essere assorbito solo dal sottilissimo strato d’emulsione, la porosità della fibra delle carte tradizionali raccoglie quantità ben maggiori dei chimici di trattamento.
Può sembrare inverosimile, ma un metodo ipotetico ci indicherebbe come possibile il lavaggio di una stampa 20×25 in soli 300ml d’acqua.
Assumendo, infatti, che lo spessore di una carta baritata a doppio peso (double-weight) è di circa 0,03 cm, una stampa di queste dimensioni avrà un volume totale di circa 15cm³. Tolta dal fissaggio, questa fotografia tratterrà approssimativamente, sia nel suo interno poroso sia in aderenza alla superficie, una pari quantità di componente chimico: circa 15ml di fissaggio.
Con una dose di 15ml d’acqua di lavaggio ci potremo aspettare che metà del tiosolfato contenuto nella fotografia entri in soluzione nell’acqua, bilanciandosi. Avremo in questo modo già ridotto della metà il livello iniziale di fissaggio nella stampa.
Scartando l’acqua, e ripetendo questo ciclo per dieci volte, il livello d’iposolfito residuo finirebbe per ridursi ad un millesimo; ripetendolo venti volte raggiungeremo un milionesimo: il ricambio frequente di piccole quantità d’acqua ci avrebbe permesso un lavaggio completo in soli 300 ml d’acqua!
Purtroppo questo “modello ipotetico” ignora molti fattori che nell’applicazione concreta vengono ad influenzarne l’efficacia: ad esempio la qualità dell’agitazione e della circolazione dell’acqua sulla superficie della stampa, la sua struttura cartacea, la temperatura ecc.
Da prove sperimentali è possibile osservare che il fissaggio diminuisce rapidamente solo durante la prima fase dei cicli di lavaggio. Dopo circa mezz’ora il processo di diffusione continua, ma a bassi livelli di concentrazione l’iposolfito impiega molto più tempo per abbandonare la fibra.
Solo l’introduzione di altri accorgimenti ci consentirà di anticipare l’essiccazione dei nostri lavori.

Meno fissaggio nella fibra:
Nella carta fotografica l’assorbimento del fissaggio inizia lentamente dalla superficie verso l’interno, penetrandovi fino a saturazione completa. Attraverso l’uso di un fissaggio al tiosolfato di ammonio è possibile portare in soluzione gli alogenuri di argento non esposti, impedendo all’iposolfito di penetrare in profondità. Su questo semplice principio si basa la procedura di trattamento abbreviato Ilford (per i dettagli vedi Gente di Fotografia n°33)
Dalle prime prove sperimentali condotte dalla casa inglese una ventina di anni fa, risultava che, dopo 30 secondi di fissaggio (a 20°C), il livello massimo d’iposolfito assorbito era di soli 0,14 g./cm², una quantità facile da eliminare attraverso il lavaggio.
Essendo 30 secondi insufficienti per coprire la superficie di stampe di formato superiore, Ilford ha successivamente preferito protrarre questo tempo di trattamento fino a 60 secondi, aumentando di soli 0,02 g./cm² il livello d’iposolfito assorbito.

A questo punto, possiamo anche chiederci, se questa procedura sia valida per ogni tipo di carta, anche differente dai materiali FB Ilford.
La risposta è che, per la maggior parte delle carte double weight baritate, il procedimento è in linea di massima sicuro. In pratica la dissoluzione completa degli alogenuri d’argento non esposti avviene prima dei 30 secondi minimi consigliati (Utilizzando Ilford Rapid Fixer o Hypam senza induritore alle concentrazioni indicate).
Per verificare, e restare tranquilli, consiglio questo semplice test da eseguire con la varietà di carta che usiamo abitualmente: in camera oscura ed in luce di sicurezza si taglia una striscia di carta sensibile di circa 5 x 24cm del tipo che vogliamo testare. La si immerge completamente in un bagno d’arresto per circa un minuto. Si immergano poi i primi cinque centimetri circa di un capo (nel senso della lunghezza) nel bagno di fissaggio e si lasciano trascorrere cinque secondi, successivamente altri cinque centimetri per ulteriori cinque secondi, e cosi via fino a toccare il fissaggio con le dita. Avremo ottenuto cinque porzioni fissate rispettivamente per 5, 10, 15, 20, 25 secondi. Immediatamente si trasferisce la striscia in un bagno di sviluppo e si accende la luce. Trascorso il normale tempo di sviluppo si sciacqua lo spezzone in acqua e lo si controlla: i secondi corrispondenti al primo segmento completamente bianco saranno quelli necessari per un fissaggio completo. Questo tempo dovrebbe essere poi raddoppiato per sicurezza.

Vecchio cascinale, particolare sul muro, luglio 1998 © Marco Barsanti

L’aiuto lavaggio:
E’ inutile ribadire l’importanza di un aiuto lavaggio chimico (washing aid) nella procedura conservativa. Si tratta di un bagno dalla composizione chimica semplice, non inquinante, che permette in pochi minuti di preparare la stampa al lavaggio, con notevole risparmio di tempo e d’acqua. Il suo impiego è previsto, infatti, fra l’operazione di fissaggio e quella del lavaggio.
I prodotti commercialmente più diffusi nel nostro paese sono Kodak Hypo Clearing Agent (prodotto in polvere da dissolversi in acqua distillata) e Ilford Galerie Washaid (liquido concentrato). Sono entrambi molto simili nella composizione. Washaid Ilford contiene alcuni agenti che ne aggiustano l’equilibrio chimico anche con acque particolarmente dure.
Alle concentrazioni di lavoro la loro durata utile è piuttosto limitata: circa 24 ore per il prodotto Kodak, circa una settimana per quello Ilford.

La temperatura ottimale:
La temperatura ottimale è quella che si avvicina il più possibile a quella tipica di trattamento, cioè 20°C. Temperature assai più alte, sebbene non ostacolino il lavaggio, tendono pericolosamente a rammollire la gelatina e a renderla più vulnerabile ai danneggiamenti meccanici. Le temperature più basse sono quelle più problematiche in quanto tendono a rendere più compatta l’emulsione, impedendo il rilascio dell’iposolfito. Alcuni fabbricanti consigliano addirittura di raddoppiare il normale tempo di lavaggio quando la temperatura è prossima ai 10°C.
Ancora una volta è consigliabile l’uso di un aiuto lavaggio chimico che per sua natura contribuisce a contenere il problema.

Un sistema di lavaggio efficiente:
Nella pratica, lavare efficacemente una stampa fotografica è più semplice di quanto si pensi.
Nel caso la nostra produzione si limiti a poche stampe per seduta, sono sufficienti due bacinelle di una misura superiore a quella delle fotografie da lavare.
Per trasformare da teorico a pratico il principio dei “300ml per una stampa 20X25”, si opera con questo sistema:
Si immergono le stampe nella prima bacinella d’acqua (non più di due o tre fotografie per ciclo di lavaggio), agitando e cambiando di posizione le stampe ogni tanto per circa cinque minuti. Alla fine di questo ciclo si trasferiscono le stampe dalla prima alla seconda bacinella già contenente l’acqua di lavaggio (la quantità d’acqua necessaria è quella sufficiente a coprire le fotografie). Si scarta l’acqua della prima bacinella e si sostituisce con una pari quantità fresca; si applica un altro ciclo di lavaggio di cinque minuti nella seconda bacinella, poi, si trasferiscono le stampe nella prima e così via fino al termine del tempo complessivo di lavaggio. Naturalmente bisogna prestare attenzione alla fragilità delle carte baritate durante i vari spostamenti da una bacinella all’altra.
La durata totale del lavaggio dipende dal tipo di procedura adottata e se si è usato o meno un “washing aid”.
Questa è quanto possiamo considerare come la migliore tecnica attuabile, sicuramente più efficiente di quanto si possa ottenere con la maggior parte delle più comode (e costose) lavatrici a scomparti verticali.
Naturalmente se il volume di lavoro cresce, e le stampe da lavare sono parecchie, ecco che una lavatrice verticale diviene un accessorio insostituibile.

Le lavatrici per carte:
Le migliori lavatrici per carte sono quelle a scomparti verticali. Sono costituite da una grossa vasca principale suddivisa in più camere molto sottili. La loro costruzione permette di lavare parecchie stampe contemporaneamente, mantenendo i fogli separati e sottoposti a circolazione d’acqua continua.

Nella seconda parte di quest’articolo parleremo ancora delle lavatrici verticali, della loro efficacia, e degli ultimi accorgimenti per raggiungere la stabilità ottimale delle stampe fotografiche in bianco e nero.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 36, dell’inverno 2003-2004 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Verciano, febbraio 2007 © Marco Barsanti

Edmund Teske

Edmund Teske, Gertrude Teske composite with Olive Hill, Hollywood, 1974 © Edmund Teske

Edmund Teske

Nancy Rexroth

Nancy Rexroth, Mia Madre, Pennsville, Ohio 1970 © Nancy Rexroth

Nancy Rexroth Interview

Il Viraggio al Selenio nella Stampa in Bianco e Nero – seconda parte

Sebbene lo sviluppo della tecnologia digitale costituisca oggi un’ottima alternativa alla stampa fotografica classica, i maggiori produttori di carte in bianco e nero continuano a proporre una vasta varietà di materiali di tipo tradizionale.
Secondo le proprie esigenze creative, è possibile scegliere fra carte molto differenti per tonalità di grigio, intonazione della base, peso e aspetto della superficie.
In questa classificazione ci troviamo spesso a parlare di “colore” della stampa. Quest’aggettivo può sembrare inadeguato, ma in realtà descrive un’effettiva classificazione cromatica che distingue le tonalità di una fotografia in bianco e nero per il loro grado di calore o freddezza.
Attraverso l’utilizzo dei materiali da stampa, in primo luogo la varietà di carta, la componente chimica del rivelatore ed i trattamenti di viraggio, è possibile ottenere uno slittamento verso l’una o l’altra estremità di colore.
Alcuni anni fa Kodak pubblicava un opuscolo tecnico dove erano riportate tutte le tonalità ottenibili combinando i vari viraggi a più tipi di carta: per questo si parlava di toni neutri, bruno-rossastri, bruno-porpora, bruno-cioccolata, giallo-seppia e così via

In quest’articolo ci occuperemo di come produrre stampe in bianco e nero con tonalità calde attraverso l’uso del viraggio al selenio. Con questo trattamento è possibile raggiungere una vasta varietà di tonalità brune, da lievi a molto pronunciate.

La carta da stampa:
E’ caratteristica tipica delle carte con composizione combinata di cloruro e bromuro d’argento, di generare un’immagine argentica d’intonazione leggermente calda, talvolta abbinata ad una colorazione simile molto sottile, del bianco della base.
Solitamente, per distinguere con chiarezza le differenze tonali dalle carte al bromuro d’argento, è necessario ricorrere ad un confronto visivo fra i due materiali.
Per evidenziare il più possibile la tonalità calda si può ricorrere a due sistemi:
Usare una formula di sviluppo classificata appunto come a tono caldo. In commercio esistono alcuni rivelatori specifici per carte warmtone, ma purtroppo il loro effetto è spesso di scarsa efficacia. In molti casi, il maggior dosaggio di bromuro di potassio di queste formule, può generare una fastidiosa dominante verdastra alla stampa;
Abbinare all’effetto del rivelatore il viraggio al selenio. I migliori risultati in termini d’intensità e qualità cromatica si possono ottenere utilizzando il Kodak Rapid Selenium Toner – KRST.

Esistono due generi di carte warmtone: le classiche a gradazione fissa e quelle a contrasto variabile, queste ultime decisamente più versatili nell’utilizzo.
Attualmente le più diffuse sono la ILFORD Multigrade Warm Tone e la FORTE Polywarmtone ambedue a contrasto variabile e disponibili nelle versioni FB e RC.
Ce ne sono anche altre, di qualità eccellente, ma purtroppo scarsamente diffuse.

Gli effetti d’intonazione del viraggio al Selenio:
Abbiamo già ampiamente discusso sull’uso e gli effetti del viraggio al selenio nel precedente articolo “Laboratorio”, (I vantaggi del viraggio al selenio nella stampa in bianco e nero – prima parte -, Gente di Fotografia n°34). Usando il KRST con le carte a tono caldo significa poter sfruttare ugualmente tutti i vantaggi precedentemente elencati:
Il toner al selenio contribuisce alla conservazione delle stampe incrementandone la permanenza d’archivio.
Provoca un innalzamento del contrasto generale attraverso l’intensificazione dei valori tonali profondi; i neri ne risultano più decisi ed intensi.
A differenza di quanto succede con le carte al bromuro, il viraggio al selenio conferisce alle carte a tono caldo un’ampia gamma di tonalità di colore bruno da molto leggere ad intense.
Voglio precisare ancora una volta che le caratteristiche cromatiche dell’intonazione dipendono da numerose variabili (dal tipo di carta, dalla partita di provenienza, dalla componente chimica del rivelatore, dalla concentrazione e dal tempo di trattamento nel toner).
Sarebbe impresa ardua cercare di classificare gli effetti di viraggio con tutte le carte in commercio, a meno di non avere intenzione di realizzare un vero e proprio trattato specifico sull’argomento.
Nell’ambito del presente articolo circoscriverò il mio esame ad una sola carta, del tipo baritato a contrasto variabile: la FORTE Polywarmtone FB Plus.
Questa carta presenta una base bianca neutra, differenziandosi dalla Ilford Multigrade che come colorazione di fondo mostra invece una leggerissima nuance color crema.
Non ho scelto Forte Polywarmtone per un criterio di preferenza personale, ma semplicemente per il fatto di disporne al momento delle prove di viraggio.

Il trattamento:
Prima di intraprendere la descrizione delle mie prove vorrei nuovamente sottolineare che il viraggio al selenio presenta un certo grado di tossicità. Le precauzioni da adottare per operare in tranquillità sono semplici: da evitare il contatto diretto e prolungato con la pelle (soprattutto del prodotto concentrato) e mantenere sempre ben aerato il locale di lavoro.

Come prima cosa ho ingrandito e sviluppato una fotografia di riferimento sulla quale non sono intervenuto con il toner.
Ho destinato altre cinque copie di questa fotografia al viraggio. Il loro tempo di sviluppo è stato ridotto del 10% ed ho effettuato il fissaggio in un bagno acido, non induritore.
Nota: tutti i dettagli relativi al trattamento sono già stati discussi nella prima parte del presente articolo.

Ho preparato poi tre soluzioni di viraggio ognuna ad un grado di concentrazione diverso:
Una prima soluzione di KRST diluito nella proporzione di 1+20 in aiuto-lavaggio alla “work solution” (es: Kodak Hypo Clearing Agent – HCA); questa combinazione riduce il rischio di macchiare la stampa. Purtroppo la soluzione non si conserva ed è da considerarsi come bagno a perdere.
Le soluzioni 1+9 ed 1+5 possono essere ottenute diluendo il KRST in sola acqua distillata. Ognuna delle due concentrazioni produce un bagno riutilizzabile fino ad esaurimento con buone caratteristiche di conservazione (dai quattro ai sei mesi in bottiglie scure di vetro).

Il viraggio: diluizioni, tempi di trattamento e descrizione dei risultati
Ho fissato a 24°C la temperatura dei bagni assumendo come tempo massimo di trattamento circa otto minuti.

Ecco l’elenco dei distinti interventi di viraggio:
1. Diluizione 1+20, tempo di trattamento 4’00” @ 24°C; per la bassa concentrazione ed il breve tempo di trattamento, l’effetto del viraggio non induce ad evidenti cambiamenti nel colore. E’ neutralizzata la sgradevole tonalità verdognola tipica di molte carte e i valori profondi mostrano un leggero rinforzo (Vedi fotografia 2).

2. Diluizione 1+20, tempo di trattamento 8’00” @ 24°; in questo caso, per il protrarsi del tempo di viraggio, la fotografia tende ad assumere tonalità apprezzabilmente più calde nei valori più bassi, dando inizio ad un fenomeno classificato come di Split Toning o viraggio spezzato. (Articolo “Laboratorio”, Tecniche di viraggio spezzato, Gente di Fotografia n°32) (Vedi fotografia 3).

3. Diluizione 1+9, tempi di trattamento rispettivamente di 4’00” e 8’00” @ 24°C; La maggiore concentrazione di KRST inizia a produrre un effettivo, visibile slittamento cromatico. L’effetto d’intonazione bruno-rossastro sembra rimanere circoscritto ai valori medio-profondi, lasciando inalterati i toni neutri delle alteluci. Lo Split Tonig è un fenomeno tipico con il quale rispondono molte delle carte a contrasto variabile e può, in molti casi, enfatizzare la sensazione di profondità della fotografia. Molti fotografi usano questo effetto selettivo per scopi estetici (Vedi fotografie 4 e 5).

4. Diluizione 1+5, tempo di trattamento 4’00” @ 24°C; la carta Forte Polywarmtone FB sottoposta a viraggio concentrato raggiunge rapidamente l’intonazione completa: l’intera gamma tonale s’indirizza verso una colorazione bruno-rossastra. Il rinforzo dei valori profondi è massimo. E’ sconsigliabile a queste concentrazioni protrarre troppo a lungo il tempo di trattamento, infatti, un overtoning può addirittura invertire i risultati (Vedi fotografia 6).

Ad ogni operazione di viraggio segue un bagno in HCA ed un successivo, completo lavaggio.

Pontile, nei pressi di Brest, Bretagna, 2001 © Marco Barsanti
Stampa sviluppata in rivelatore a tono caldo, non sottoposta a viraggio
Krst diluiz. 1+9, tempo di trattamento 8′ a 24°C
Krst diluiz. 1+5, tempo di trattamento 4′ a 24°C

Conclusioni:
La scelta verso uno specifico tipo d’intonazione può contribuire ad accrescere la qualità estetica ed emozionale di un’opera.
Fra i viraggi quello al selenio è sicuramente da considerarsi il più versatile: è composto da un bagno unico, può produrre sia tonalità fredde sia calde, il suo effetto è variabile a piacimento. La pratica c’insegna a trarre gran vantaggio proprio dai suoi effetti più sottili.

Nel prossimo numero concluderemo l’argomento relativo alla conservazione delle fotografie discutendo gli aspetti legati al lavaggio delle stampe fotografiche.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 35, dell’autunno 2003 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”