La Permanenza delle Stampe Fotografiche in Bianco e Nero

Nel saggio critico “La camera chiara. Nota sulla fotografia” il suo autore Roland Barthes, ci parla della fotografia “come testimonianza sicura, ma comunque effimera”; dello stupore dello “E’ stato” ma che scomparirà anch’esso; ci descrive l’immagine fotografica come destinata ad ingiallire, scolorire ed a cancellarsi. (pag.94).
Benché le argomentazioni di Barthes vadano ben oltre nel loro contenuto al semplice disquisire sulla durata delle immagini fotografiche, ci inducono comunque a riflettere se veramente l’opera fotografica, in particolare quella di valore storico ed artistico, sia destinata ad un inesorabile rapido deterioramento.
Per quanto mi riguarda, credo sia stato proprio l’aspetto di sfida che la fotografia muove nei confronti del tempo e del naturale decadimento delle cose ad avermi spinto, un giorno, a praticarla e oggi che ad essa attribuisco una molteplice quantità di altri valori e significati, mi accorgo comunque che ogni argomento legato alla conservazione ed alla durata delle immagini fotografiche stimola ancora molto il mio interesse.

In questa serie di articoli mi concentrerò prevalentemente sulle procedure di camera oscura e sui criteri di trattamento finali, idonei ad ottenere un ottimo grado di permanenza delle stampe fotografiche.
In molte pubblicazioni tecniche spesso si parla di “trattamento d’archivio”. Questa terminologia in realtà non è sempre del tutto appropriata, in quanto portare a termine l’intera procedura prevederebbe di conservare le fotografie sotto effettivi standard d’archiviazione (temperatura ed umidità controllate, assenza di luce). Nella pratica comune, essendo la fotografia un medium visivo, forse a noi interessano maggiormente le situazioni più generiche di conservazione, come ad esempio il grado di robustezza al tempo e alla luce di una stampa esposta ad una parete.

Come si presentano i primi segni di deterioramento:
I sintomi di deterioramento più comuni possono manifestarsi sotto forma di cambiamenti di colore nel tono dell’immagine, che dal loro originario “nero neutro” mutano verso tonalità brunastre, gialle, talvolta verdi. Nei casi più precoci questo effetto è spesso accompagnato dal formarsi di linee di separazione fra aree chiare e scure della stampa o macchie più o meno estese, luccicanti, dall’aspetto bronzeo o argentato, queste ultime in corrispondenza in genere degli annerimenti maggiori o dei bordi esterni della fotografia.
Ciò che deve maggiormente farci riflettere è che sempre più frequentemente (e ciò accade soprattutto negli ultimi 25-30 anni), alcuni problemi specifici come quelli appena citati si presentano ugualmente a prescindere dalle attenzioni prestate da coloro che hanno operato in camera oscura. Tali problemi sono infatti il risultato dell’influenza di alcuni fattori ambientali legati all’inquinamento atmosferico e alla presenza specifica di alcuni gas ossidanti nell’aria, che se pur presenti in quantità minime, possono innescare un devastante processo di ossidazione della specifica immagine argentica. Le prime testimonianze di immagini fotografiche degradate da tale fenomeno risalgono alla metà degli anni ‘60 e hanno interessato alcuni archivi di microfilms. Nei primi anni ‘70 furono i ricercatori della Ilford ad intraprendere un programma di ricerca con lo scopo di spiegare il fenomeno.
Oggi, anche grazie ad una maggiore diffusione di letteratura specifica sull’argomento, risulta più facile documentarsi su quelli che sono gli accorgimenti più consoni per fissare il grado di permanenza di una stampa ed assicurarne una protezione tramite alcuni interventi specifici di viraggio.

Quali sono i fattori che lo causano:
I fattori che possono causare il deterioramento sono da distinguersi in interni ed esterni.

1. Fattori interni
Il tipo di deterioramento più comune è quello derivato dalla presenza di sostanze dannose all’interno della carta fotografica, per lo più costituite dai residui chimici del trattamento fotografico, in particolare del fissaggio. In passato altre cause sono state associate alla natura stessa dei componenti di fabbricazione. Ad esempio l’uso di titanio bianco (biossido di Titanio, TiO2) impiegato come base all’immagine argentica delle carte RC ha causato per anni seri problemi di deterioramento degli strati di polietilene e dell’immagine fotografica stessa. I principali fabbricanti di carte fotografiche assicurano oggi che grazie all’introduzione di speciali stabilizzatori il problema è stato radicalmente eliminato.
Dunque, il fissaggio è senza dubbio il componente chimico che deve maggiormente preoccuparci. Esso ha la funzione di rimuovere gli alogenuri d’argento non esposti e non ridotti in argento metallico dal rivelatore. Il componente base con il quale agisce ogni formula di fissaggio è l’iposolfito (tiosolfato) di sodio o l’iposolfito (tiosolfato) di ammonio, quest’ultimo impiegato nei fissaggi rapidi.
Per un fissaggio corretto delle carte da stampa è necessario tenere presente che:

– una operazione di fissaggio incompleta, ovvero troppo breve, non elimina totalmente gli alogenuri d’argento che con il tempo tenderebbero ad assumere il tipico aspetto giallastro;

– un bagno di fissaggio troppo sfruttato contiene sali complessi di iposolfito d’argento, dissoltisi e accumulatisi progressivamente durante l’utilizzo. Tali sali hanno la tendenza ad ancorarsi saldamente all’emulsione, sono estremamente difficili da rimuovere e la loro presenza contribuirà seriamente al deterioramento futuro dell’immagine.
Ciò ci fa intuire la necessità di non sfruttare il bagno di fissaggio oltre una certa misura, mantenendoci su un limite inferiore rispetto alla effettiva capacità di trattamento.
Personalmente eseguo un calcolo della superficie trattata in modo da mantenermi sotto limite delle otto stampe formato 24×30 per litro di fissaggio;

– un fissaggio troppo prolungato non solo può dar luogo ad un leggero sbianchimento argentico sulle luci ma contribuisce a saturare la carta dei suoi componenti. Durante il trattamento gli ioni di iposolfito penetrano nelle fibre della carta (nel caso delle carte RC questo non si verifica), nell’emulsione, e nello strato insolubile di barite. L’iposolfito viene assorbito anche dall’immagine argentica. A questo punto è estremamente difficile rimuoverlo, se non impossibile. Se non operassimo con un lavaggio prolungato in circa due settimane l’iposolfito reagirebbe con l’argento dando luogo al già menzionato sbiadimento ed ingiallimento. Tale deterioramento può manifestarsi anche dopo molti anni, come anche in breve tempo, dipende dalla concentrazione di iposolfito residuo;

– è sconsigliabile usare un fissaggio induritore in quanto ritarderebbe notevolmente il lavaggio riducendone l’efficienza.

Il grado richiesto per la permanenza di una stampa è strettamente legato all’uso verso il quale essa è destinata. Il termine stampa da “archivio” è dunque molto relativo, ma se si parla di massima permanenza allora, sicuramente, il livello richiesto dovrebbe essere di almeno 100-200 anni. Un parametro di questo tipo necessita di procedure di lavaggio rigorose per ridurre l’iposolfito ai livelli minimi espressi in termini di microgrammi per centimetro quadrato (Microg./cm2) (un microgrammo è un milionesimo di grammo). Lo standard accettabile per alti livelli di permanenza non è ancora stato definito ma un limite compreso fra 1,5 e 2 microg./cm2 è più che adeguato per raggiungere ottimi requisiti.
Solo un lavaggio accurato dunque ridurrà a questi livelli l’iposolfito residuo e i sali complessi formatisi durante il fissaggio. Dovrà essere prestata attenzione alla durata, alla temperatura, alla quantità, al metodo di ricambio e circolazione dell’acqua.
Per quanto riguarda le carte RC questa operazione non comporta grosso sacrificio in quanto due minuti di lavaggio a 20°C costituiti da alcuni ricambi di acqua sono sufficienti. Molto più tempo necessitano invece le carte baritate con la loro tendenza ad incorporare e trattenere i componenti chimici indesiderati negli strati fibrosi.
Un lavaggio “classico”, preferibilmente preceduto da un trattamento in un aiuto lavaggio chimico ( ad es.Kodak Hypo Clearing Agent o Ilford Galerie Washaid) e costituito da frequenti ricambi d’acqua, dovrebbe protrarsi per almeno un’ora.

Nel 1981, le ricerche intraprese dalla Ilford a proposito della conservazione delle stampe fotografiche culminarono con la pubblicazione di una esclusiva procedura abbreviata di fissaggio-lavaggio per le carte baritate. Questa sequenza usa un tempo di lavaggio molto ridotto grazie all’impiego di un bagno di fissaggio concentrato all’iposolfito di ammonio la cui energia riduce il tempo di fissaggio a soli 30”. Questo accorgimento impedisce l’assorbimento da parte della carta degli agenti fissanti.

Ciò consiste brevemente in queste fasi da condursi ad una temperatura il più possibile vicina ai 20°C

Fissaggio (Ilford Rapid Fixer 1+3 o Hypam 1+4): da 30 a 60 secondi, ma non oltre.
Primo lavaggio (Minimo tre cambi completi di acqua): 5 min.
Bagno in eliminatore di iposolfito (Ilford Galerie Washaid): 10 min.
Lavaggio finale costituito da frequenti ricambi d’acqua (Ilford indica sufficienti 5 min.)

Personalmente adotto questa procedura con notevole risparmio di tempo e di acqua, rassicurato anche dal fatto che molte delle fonti più autorevoli confermano la effettiva validità di questo procedimento.

2. Fattori esterni
Escludendo da questa lista gli aspetti legati ad una cattiva conservazione fisica (umidità e calore eccessivi, polvere e sporcizia, montaggio inadeguato, esposizione prolungata a fonti di illuminazione molto intense) mi limiterò sommariamente ad elencare alcune delle sorgenti responsabili dell’emissione di gas ossidanti ritenuti potenzialmente dannosi:

– Le autovetture con gli ossidi d’azoto sviluppatisi dai gas di scarico
– I procedimenti di depurazione industriale.
– Alcuni tessuti sintetici, coloranti al perossido d’idrogeno per tessuti, soluzioni coloranti per capelli.
– Le sostanze ossidanti che possono sprigionarsi con il tempo da alcuni materiali costruttivi, da vernici e pitture, collanti, e dal legno stesso e dai suoi trattamenti.
– La lignina ed i composti chimici residui ossidanti presenti in carte di qualità scadente usate per le buste, le scatole ed i cartoncini per il montaggio o la protezione delle fotografie, nonché buste e contenitori in PVC.

Il quantitativo di sostanze stimate per innescare il processo di trasformazione dell’immagine argentica dapprima in sali solubili, e poi in argento metallico colloidale dal tipico aspetto brunastro è infinitesimo.
Sembra ormai chiaro che problemi di questo tipo diverranno sempre più comuni dal momento che l’atmosfera sta diventando sempre più inquinata.

Trattamenti protettivi e conclusioni
Esistono sostanzialmente due metodi protettivi all’attacco dei gas dannosi elencati. Il primo consiste nel convertire uniformemente l’argento dell’immagine in solfuro d’argento o in seleniuro d’argento. Una volta effettuato questo intervento nessun ulteriore deterioramento è possibile. Per questo scopo sarà sufficiente virare la stampa in un bagno di viraggio Seppia per Solfurazione od al Selenio (Kodak Rapid Selenium Toner).
Il secondo metodo consiste nel proteggere l’argento con uno strato superficiale costituito da un componente inorganico. Un viraggio protettivo all’Oro (Cloruro d’oro) agisce chimicamente sotto questo principio e assolverà perfettamente ai requisiti richiesti.
Ovviamente le ragioni estetiche legate al cambiamento di colore dell’immagine condizioneranno molto la scelta verso uno di questi metodi.

Nei prossimi articoli mi occuperò in dettaglio delle singole tecniche di viraggio valutandone sia l’aspetto di carattere espressivo che quello legato alla conservazione.

Testo e immagini © Marco Barsanti

Articolo pubblicato sul numero 33, dell’inverno 2003 di Gente di Fotografia. Rubrica “Laboratorio”

Albero e piccolo lago, Poggio Adorno, aprile 1995

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